recensioni

“L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” di Rachel Joyce

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Ammetto di aver sottovalutato questo libro.
L’ho scelto perché ne cercavo uno poco impegnativo dopo il forte coinvolgimento di quello precedente – per chi se lo fosse perso, “Non aver paura dei libri”, post del 23 gennaio.
Questo libro, invece, è stato una piacevole scoperta.

E’ la storia di un sessantacinquenne inglese che un giorno , un tranquillo martedì di metà aprile, un giorno come tanti, riceve una lettera. La legge, si commuove e, dopo aver scritto una breve risposta di circostanza, esce di casa per spedirla nella buca delle lettere più vicina.
Ma mentre cammina, un passo davanti all’altro, l’inadeguatezza della risposta che ha appena scritto lo colpisce in pieno.
Sa che non è facile rispondere a una lettera d’addio di un’amica che non si sente da più di vent’anni e che sta morendo di cancro.
Harold si sente sopraffatto.
Decide di proseguire, un passo dopo l’altro, fino alla buca successiva. Ma è una bella giornata e, a volte, è più facile continuare a camminare piuttosto che tornare indietro e affrontare la propria vita, sempre tristemente uguale.
Harold prosegue, un passo davanti all’altro, verso l’ufficio postale.
Dall’incontro fortuito con una ragazza in una stazione di servizio, che gli parla di ottimismo e di fede, proprio a lui che non è credente, gli viene un’idea, che diverrà la granitica convinzione che finché lui continuerà a camminare Queenie resterà in vita, ad aspettarlo.
Comincia così il suo viaggio, lungo ottantasette giorni e mille chilometri, che da Kingsbridge, nel sud dell’Inghilterra lo porterà fino a Berwick-upon-tweed, al confine con la Scozia, nella casa di cura dove Queenie è ricoverata.

“Era così che andavano le cose? Che nell’attimo esatto in cui desiderava fare qualcosa era troppo tardi? Che bisogna rinunciare a tutti i pezzi di un’esistenza, come se in realtà non avessero nessun valore? La consapevolezza della propria impotenza era un peso tanto opprimente da farlo sentire debole. Non bastava spedire una lettera. Doveva esserci una maniera per fare la differenza”.

Un passo dopo l’altro, Harold attraversa l’Inghilterra e ripercorre, nei ricordi, la sua vita, la sua infanzia di figlio rifiutato, il suo matrimonio felice affogato poi nel silenzio e il dolore più grande, quel dolore che non si può neanche raccontare.
Incontra molte persone sul suo cammino e saranno incontri a volte superficiali, a volte profondissimi, che lo commuoveranno, e ciascuno di loro lo segnerà nel profondo, proprio lui che si è sempre tenuto ai margini della vita, che lasciava firmare la moglie al posto suo e non parlava neppure coi vicini.

“Capì che il suo viaggio a piedi, quel camminare per espiare i propri errori, era anche un modo per accettare le stranezze degli altri. (…) La gente si sentiva libera di parlare, e lui era libero di ascoltare. Di portarsi via un po’ di loro.”

Harold, nella sua semplicità di uomo qualunque, non più giovane e senza equipaggiamento, compie un’impresa fuori dall’ordinario.
Harold è tutti noi quando decide di buttare via la cartina perché non vuole sapere quant’è lontana la sua meta, altrimenti se ci avesse riflettuto non sarebbe mai arrivato.
Harold ce la fa perché riesce  a non pensare al futuro. Rivive il passato ma soprattutto pensa sempre  e solo a metter un piede davanti all’altro. Vive il presente.
Tra i tanti insegnamenti che ho trovato in questo libro voglio portarmi via questo. Questo e la speranza che, se davvero lo vogliamo, nulla è impossibile.
Ora vado a camminare sulla neve.
Raffaella
La casa vicino al treno

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