recensioni

“La ragazza di Orchard street” di Susan Jane Gilman

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Malka è solo una bambina quando, nel 1913, lascia la Russia insieme ai genitori e alle tre sorelle per un viaggio disperato che li porterà fino al porto di Amburgo e da lì in America, grazie ad un cambio di biglietti dell’ultimo minuto voluto dal padre.
Quel viaggio durerà quattordici giorni.
Quattordici giorni di mal di mare, sofferenze, malattie e privazioni che li lasceranno deboli e smarriti al loro primo incontro con la Statua della Libertà.
Ma ben presto si renderanno tutti conto che l’America non è quella che si erano immaginati né che avevano sognato, perché vivere tutti e sei stipati in un vecchio salotto, lavorando tutto il giorno alle dipendenze di un sarto, nel quartiere ebraico di New York, senza vedere altro che cemento, strade polverose e venditori ambulanti, senza potersi permettere di comprare mai nulla, non può certo considerarsi la realizzazione di un sogno.
Comincia da qui la ricostruzione fantastica della vita straordinaria di Malka, che attraverso mille vicissitudini diventerà Lilian Dunkle, la regina del gelato,  ricca e capricciosa imprenditrice, star della tivù americana, donna piena di vita e forza, dal carattere d’acciaio che la disabilità non sarà in grado di piegare.

Questo romanzo abbraccia tutta la storia americana del Novecento, vissuta attraverso lo sguardo realistico e disincantato di Lilian, immigrata ebrea che trascorre però parte della sua infanzia e tutta l’adolescenza a Little Italy, dai cattolicissimi Dinello, proprietari di una piccola attività artigianale di gelato.
Così alla trama della Storia americana si intreccia quella dell’immigrazione dei primi del Novecento, quella della comunità italiana a New York, quella della storia del gelato e delle gelaterie – che molto devono, come altri settori del resto, all’estro degli italiani – oltre  a quella più intima  e personale della protagonista.
Sebbene qui si tratti di un romanzo, la storia di Lilian mi ha ricordato molto quella di Gabrielle Chanel per la vita difficile, le umili origini, la forza di carattere, la determinazione a raggiungere il successo e la disperata volontà di riscatto.
Quello che mi ha colpito di più in Lilian è stata l’amara accettazione del suo destino di sofferenza e di mancanza d’amore e la sua determinazione nel trasformarlo in successo.
Lilian è stata infatti abbandonata prima dal padre, che se ne va da solo in cerca di fortuna, poi dalla madre, che la lascia sola in un letto d’ospedale dopo che ha avuto un brutto incidente, che la renderà disabile. Sarà adottata dalla famiglia Dinello, che la tratterà però sempre con distacco e non la accetterà mai veramente.
Forse solo quando si tocca il fondo non resta altro da fare se non provare a risalire. Forse solo chi ha conosciuto la fame, quella vera, ha la forza necessaria per combattere tutta la vita per non ritrovarsi mai più in una situazione simile. Forse solo chi non è stato mai amato è destinato a inseguire l’amore per sempre, senza riuscire a raggiungerlo mai.
E anche se poi conoscerà la felicità accanto all’amatissimo marito Bert, le rimarrà un vuoto dentro che nessuna ricchezza, fama, amicizia e successo riuscirà mai a colmare.
Scrittura precisa, pulita, ironica.
Consigliatissimo.

Raffaella
La casa vicino al treno

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