Tra caprioli, pettirossi e un gatto rock

All’inizio di ottobre siamo finalmente riusciti a venire ad abitare nella Casa nel bosco.

Dieci giorni prima avevamo fatto spostare i due grandi armadi bianchi, che ora ci aspettavano, pieni di abiti autunnali, al secondo piano. Quella mattina pioveva, dopo un settembre ancora troppo caldo.

La cosa più difficile, a ripensarci ora, è stata l’attesa. Non dover mettere via le ultime cose, non dover controllare gli scatoloni, non dover dare indicazioni su dove mettere i mobili ma aspettare.

Aspettare fino alle 17 per poter lasciare la vecchia casa ( e la vecchia vita ) e andare definitivamente incontro a quella nuova.

Io e la Casa vicino al treno ci eravamo dette addio il giorno prima. Ci siamo prese un momento tutto per noi e ci siamo salutate per l’ultima volta. Ho rivisto i miei bambini piccoli arrampicarsi incerti su per le scale, li ho sentiti ridere prima di andare a letto, li ho rivisti febbricitanti nei loro pigiamini; me li sono abbracciata stretti stretti e li ho racchiusi nel mio cuore. Li ho visti fare il presepe, guardare incantati la neve fuori dalla finestra, saltare la corda in giardino e tuffarsi in piscina. I loro sorrisi sdentati, le dita nella torta, la loro prima stella cadente.

Ho messo tutto via in un posto sicuro, ovattato e caldo dove li potrò cercare ogni volta che ne avrò nostalgia.

Ci siamo salutate, la Casa ed io, sapendo quello che c’è stato ma sapendo anche che ci aspettavano giorni tutti da scoprire, ognuna per la sua strada.

Per i primi dieci giorni abbiamo abitato in mansarda: all’ultimo piano della Casa nel bosco c’è un appartamento mansardato con zona cucina, zona pranzo e zona notte, che per noi è diventata zona tv.

Non è stato facile portare lì tutto quello che ci serviva  e dover fare sempre due piani di scale anche solo per bere un bicchier d’acqua ( non avevamo lavandini al primo piano!) però allo stesso tempo è stato bello.

Ogni mattina, a colazione, rimanevo a guardare lo spettacolo della vallata che si svegliava, le luci che si accendevano e poi, pian piano, si spegnevano con l’arrivo del chiarore.

Ogni sera mi incantavo a osservare il buio che scendeva sulla strada e sulle case, nascondendo le montagne e il bosco, e i lampioni che si accendevano proiettando la loro luce gialla sull’asfalto.

Mentre cucinavo, invece, potevo osservare il nostro giardino, la parte sul retro che sale verso l’alto, attraversato da un sentiero che si snoda tra due panche di pietra e mi divertivo a cercare i funghi da quella distanza.

Osservando lo stesso panorama, ma da un piano sotto, Bianca – mia figlia dodicenne – diceva di vedere sempre un “animale” passeggiare lungo il muro di confine tra il nostro giardino e un sentiero che porta nel bosco.

“Sarà un cane” le ho detto più volte.

Invece no: era, ed è, un bellissimo capriolo abituato a sedersi lì, sull’erba del sentiero, accanto alla nostra rete, forse perché la casa è stata disabitata – e quindi silenziosa – per anni.

L’ha scoperto Pietro, mio figlio, e l’ha fotografato, mentre passava di lì per una passeggiata.

Da quel giorno, ogni volta che mi trovo in una stanza con la finestra rivolta su quel lato, non manco mai di buttare uno sguardo verso il sentiero ma non l’ho mai visto. L’erba è schiacciata, segno che trascorre lì del tempo, forse di notte.

Il secondo incontro con la natura l’ho avuto io questa volta. Un pettirosso cicciottello è entrato dalla finestra aperta della nostra camera da letto. Era un po’ agitato e andava avanti e indietro per la stanza sbattendo forte le ali; mi sono allora allontanata per non  spaventarlo.

Si è posato ai piedi del letto, è rimasto lì fermo per un po’ – come a provare a orientarsi – poi si è alzato in volo ed è uscito, lasciandosi dietro delle macchie scure. Osservandole bene da vicino ho capito che si trattava del verde scurissimo della clorofilla, che conosco perché la prendo anch’io, sotto forma di gocce fitoterapiche. Ho sempre amato gli uccellini – e la parete della camera che ho voluto tappezzare con immagini di usignoli, picchi, cinciallegre e pettirossi lo dimostra – adesso però un po’ di più.

Nel frattempo è arrivata anche la cucina, quella che avevamo già e che abbiamo spostato per la seconda volta.

Qui lo spazio era più lungo ma più stretto, non c’era posto per un tavolo: ora abbiamo una penisola centrale che fa da banco di lavoro  (comodissima!) e da tavolo per colazioni e pranzi ( ma dobbiamo fare a turno perché abbiamo solo due sgabelli e in attesa che arrivino mando sempre un pensiero “affettuoso” alla signora che ha fatto il progetto e ha ordinato solo due pezzi pur sapendo che noi siamo in quattro).

La cena invece la facciamo tutti insieme in sala, che è la stanza meno risolta di tutta la casa perché abbiamo ancora il nostro vecchio tavolo, il camino si può usare ma manca il rivestimento esterno, abbiamo montato le vecchie librerie di Ikea che sembrano vecchie e sporche; molti libri per il momento sono impilati per terra in attesa di completare il camino e poter arredare i suoi lati.

L’unico mobile nuovo, per ora, è una credenza in pino con i vetri scorrevoli, che adoro. Ma io, quando entro, la vedo già come sarà e sorrido, perché sarà bellissima.

E poi c’è il gatto. Un gatto rosso fiero e sicuro di sé, che mi guardava negli occhi con aria di sfida, appollaiato sul ponteggio davanti alla casetta in legno che stavamo dipingendo.

I primi giorni scorrazzava sempre nel nostro giardino, probabilmente abituato a considerarlo un suo territorio. Abbiamo trovato dei peli rossi vicino alla porta d’ingresso e altri sul cancelletto appena dipinto di verde, quando George dormiva in casa.

Un giorno mio marito, tornando a casa col sacchetto del pane in mano, mi ha detto che ha saputo dalla panettiera, che è diventata la sua confidente – devo cominciare a preoccuparmi? – che quel gatto abita nella casa che apparterrebbe, per una di quelle storie che ogni piccolo paese custodisce, ai figli di Piero Pelù, che abiterebbero nella mia stessa via.

Non ci potevo credere. Un gatto rock quindi.